Il ruolo dei social e delle immagini nella storia delle donne afghane: la linea sottile tra emancipazione e diritti negati

In questi giorni in seguito alla presa di Kabul da parte dei talebani stiamo assistendo ad un irrompere sui social di immagini che ci mostrano cosa sta accadendo e cosa rischiano civili, giornalisti e soprattutto le donne.

La difficile condizione delle donne afghane è già stata immortalata da celebri fotografie che sono diventate parte dell’immaginario comune avvicinandoci ad una situazione prima poco nota.

Prima tra tutte, Afghan girl (Ragazza afghana) di Steve McCurry, scattata nel 1984 nel campo profughi di Peshawar, in occasione di una campagna del fotografo statunitense per National Geographic.

Gli occhi verdi della ragazza, poco più che bambina, che richiamano lo sfondo, contrastano col vestito e “bucano” l’obiettivo, sono diventati un simbolo e una sorta di ossessione per il fotografo che, 17 anni più tardi, decide di tornare a cercarla per vedere se è ancora viva.

Dopo mesi di ricerche la trova e realizza un altro scatto, simbolicamente intitolato Found (Ritrovata), sconcertante se paragonato al primo: il burqa e gli occhi spenti parlano di quel primo periodo talebano che nel 2002, all’epoca dello scatto, aveva lasciato segni indelebili sul corpo di queste donne.

Afghan girl, 1985. Photo: Steve McCurry
Found, 2002. Photo: Steve McCurry

L’anno successivo le donne afghane sono tra le protagoniste della campagna mondiale di comunicazione 2003 del marchio United Colors of Benetton e World Food Programme, l’agenzia delle Nazioni Unite in prima linea per la lotta contro la fame nel mondo.

Le fotografie scattate dal giovane fotografo di Fabrica James Mollison testimoniano la stretta relazione tra i problemi della malnutrizione e i vari aspetti sociali dell’esistenza.

Gli aiuti in cibo diventano così “Food for work”, contribuendo, senza creare dipendenza, a offrire nuove possibilità per ricostruire la coscienza di sé nelle vite di coloro che li ricevono.

Food for Life, 2003. Photo: James Mollison

Negli ultimi vent’anni sono state molto le Onlus e Ong che si sono fatte carico della formazione ed emancipazione delle donne afghane, che hanno iniziato ad utilizzare i social per raccontare le loro lotte nella conquista dei diritti.

Oggi non ci sono “foto d’autore” a raccontarci quello che sta succedendo ma abbiamo in mente il volto della ragazza afghana che, tra le lacrime, afferma “Moriremo lentamente nella storia”, in un video diventato virale nei social.

In questi giorni le donne afghane stanno cancellando ogni traccia della loro educazione, della loro emancipazione, bruciando i propri diplomi, vestiti ed eliminando i propri account social per non essere trovate e cancellate dalla storia.

Molte onlus stanno distruggendo i dati sensibili della donne aiutate per proteggerle.
Lo racconta ad esempio Pangea, caso positivo di utilizzo dei social e capacità di fare rete per aiutare le donne nella loro lotta per i propri diritti.

Nel mondo odierno, dove le informazioni, le immagini e la pubblicità hanno il loro canale preferenziale nei social, ne comprendiamo il forte potenziale comunicativo, che in questo caso si sta trasformando da strumento di emancipazione a mezzo di persecuzione.

I social restano media in potenza utili e importanti per informarsi, per condividere e sensibilizzare a fare altrettanto, affinché le vite di queste persone non siano cancellate come i loro account.

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